Questi sono i Paesi dai quali, se si arriva, o per vacanza o per altro, vi è obbligo di 10 giorni di quarantena. Questa è la lista non completa ma è in ordine alfabetico. Amori miei ❤️ Voi non ci siete. Vedete che Vi teniamo in ottima considerazione? Certo che, chi lo ha deciso, è per questioni di turismo quindi non Vi tengono conto (io lo avrei fatto e per Voi e per noi). Un bacio ai miei amati italiani. Se penso al Blog fatto per la Svizzera tedesca nel 2013 (durata pochi mesi) mi vien male. Ovviamente vi erano anche i tedeschi germanici e poi, le critiche scritte dai tedeschi in maniera inappropriata ai quali ho dato le mie risposte, devo dire, con un tono secco e incazzato. Ma il bello è aver scoperto Voi e il Vostro calore. Amici… fidatevi, non l’ho avuto mai da nessuno e qua, le mie amiche mi dicono che sono l’unica confederata contro tendenza ed io „ma chi se ne frega?“? 💞💞💞


Voglio premettere che Bellinzona si trova a 37 km da casa mia.

„Il problema è che la lista ha circa 350 nomi, ma ci sono molte persone che chiamano dicendo che non hanno dato il nome pur affermando di esserci stati“, spiega Giorgio Merlani ai microfoni della RSI, riferendosi alle operazioni di contact tracing dei clienti del Woodstock Music Club di Arbedo – „Poi guardando nel dettaglio la lista, molti nomi sono illeggibili, nella migliore delle ipotesi, spesso sono fittizi o addirittura parolacce, oltre a numeri di telefono illeggibili“.
„Ad ora abbiamo contattato 249 persone, che non vengono testate – prosegue il medico cantonale – Il senso è di mettere in protezione, ossia in quarantena. Il test non permette di uscirne, questo è importante da ribadire. Ci sono per esempio persone che hanno chiesto ai propri medici di fare il test per andare in vacanza: no. La quarantena è una quarantena e va osservata per dieci giorni dal contatto, e non c’è test che tenga per uscirne prima. Lunedì sono entrate 12’000 reclute, tutte testate e i positivi tutti asintomatici. Quindi le raccomandazioni sono: quarantena, e se ci sono sintomi si testa“.
In merito ai cinque casi di contagi segnalati giovedì, Merlani spiega che „non sono riconducibili al Woodstock, ma sono 2-3 reclute e qualcuno tornato dalla Serbia. Quello che è interessante rilevare è che gli ultimi casi sono praticamente tutti solo giovani“.
„Il problema degli asintomatici è colossale – conclude – ma non è il tema centrale. Il problema sono l’aumento delle occasioni di incontro, gli assembramenti nei locali pubblici notturni. E la soluzione non è l’uso delle mascherine, mi spiace dirlo, ma la riduzione del numero di persone, tracciare in modo serio, e se non funziona: chiudere“.

Fonte: RSI Radio Televisione della Svizzera italiana. (RSINews)

Lara io ti adoro ma quando fai così mi metti un’ansia che mi metterei a piangere. Ma non potresti giocare con un criceto? Ti piacciono così tanto i cavalli e allora perché non ne porti uno in studio 😛 Io lo dico per la tua incolumità mica per quella del serpente 😦 Mi metterei a piangere ❤ Sei splendida 😉 Sabry

A volte, spesso, scriverei sempre, a causa di questo dannato Covid…ci siamo dimenticati di tutti gli altri. Li abbiamo lasciati da una parte, esclusi pure dalla società e senza minimamente pensare che esistessero ancora e che ancora, stavano soffrendo per le loro centinaia di patologie o malattie che, al potere economico, poco importavano perché queste povere persone, non erano fonte di guadagno per nessuno. Ai tedeschi è meglio che io non comunichi proprio, mi fanno pena. Gli italiani spesso si lamentano di cose inesistenti e, se qualcuno tira fuori una verità vera, lo mettono al muro (non il popolo italiano che io adoro – si intenda – ma il potere che li comanda che non è nemmeno il Governo Conte ma non tutti lo sanno). Vi voglio bene, tutti. Voglio però bene, molto più, a le persone dimenticate, come questa presa a caso.

Campione d’Italia, per chi non lo sapesse, è una enclave, comune a sé e nella provincia di Como – quindi Italia. Per poterci arrivare e poi ritornare, bisogna uscire dalla UE quindi entrando in Svizzera e fare un pezzo di autostrada. Valico di Brogeda (Chiasso) poi Mendrisio e infine Bissone, dopo la prima galleria. Scesi, si fa una strada cantonale e si gira sulla destra, ci sono i cartelli e si va solo a Campione dove non c’è Dogana tanto da là non si può uscire pertanto vi è solo un arco che divide il Cantone Ticino – Svizzera – da Campione – Italia. Ma, dopo il fallimento del loro casinò di cui unico azionista, il Comune stesso…perché il Vostro Governo non ne parla e fa finta di nulla? Allora io, in Svizzera vedo e Vi porto le informazioni che qua in modo che anche Voi saprete come Vi vogliono tenere questa cosa nascosta. Là nessuno percepisce una indennità e vivono con la speranza che i parenti spediscano loro cibo e soldi dal Vostro Paese. Ricordatevi, che un semplice postino campionese, prendeva 5 mila franchi svizzeri negli anni 2000. Il costo della vita era tanto quanto la Svizzera ed ora? Ora abbandonata da tutti a meno che loro non riescano a farsi prendere in carico dagli svizzeri …cosa più probabile! Dite alla Vostra RAI o al malaticcio Silvio di raccontarle bene queste realtà in quanto più che italiane. Un bacio

Il coronavirus ci ha solo smascherato: siamo una manica di vigliacchi! Sei millenni di storia e siamo ancora in balia di ogni notizia, vera o falsa, che lanci la moda di una catastrofe. Siamo bestie impaurite, e appena veniamo minacciati corriamo al supermercato per fare scorta di tonno in scatola. Con questa storia del coronavirus ci abbiamo fatto una figuraccia con la morte. Così evoluti, illuminati, emancipati, sgamati, smaterializzati. E poi, appena il nostro organismo da grossi mammiferi viene vagamente minacciato, corriamo al supermercato per fare scorta di scatolette di tonno. Sei millenni di storia e siamo ancora delle scimmie impaurite. Paura, paura e basta, ecco che cosa ci fa alzare la mattina: guadagnare per non morire di fame, tenersi stretto qualcuno per non morire di solitudine, e se mi ammalo servono soldi e affetti. Ecco che cosa siamo, bestie impaurite. E poi ci facciamo le stories, guardiamo i talk show, ascoltiamo una canzoncina in giro di do dietro l’altra, ci sbronziamo e andiamo a puttane soltanto per scordarci di quella paura. Asserragliati nei nostri presenti usa e getta, ripiegati su noi stessi come porcospini nella notte, non ci rimane altro da difendere, senza fedi né ideali, che le nostre piccole sopravvivenze. Niente guerre, niente martiri, niente rivoluzioni, pretendiamo di annoiarci per sempre, di passare le ere geologiche nelle nostre stanzette antisismiche a farci le seghe con PornHub. Sembra che la certezza più antica del mondo diventi di colpo una notizia: moriremo tutti. Non ce lo aspettavamo. La gente adesso muore, pensa te, dove andremo a finire? Ma grazie allo smart working camperemo per sempre. Un delirio di massa. Struzzi con la testa sotto la sabbia da decenni che a un tratto avvistano una talpa carnivora. Solo i vecchi muoiono! Io sono giovane, non morirò. Affari loro. Loro ci sono nati, moribondi. Io invece avrò 31 anni per sempre. Un branco di decerebrati. Soprattutto a Milano, dove si dice di lavorare per la bellezza e per il progresso, dove chissenfrega dei nostri anacronistici corpi, le idee viaggeranno per sempre nel cloud a disposizione dell’umanità. E poi misuriamo un metro e mezzo dai vicini di tram e guardiamo chi starnutisce come fosse un bioterrorista. Ci consideriamo delle specie di elfi: se non ci succede niente dureremo quanto il sole. Sembra che un paio di quarantene e di tutorial su come lavarsi le mani rimuovano per sempre il problema della morte. Via il coronavirus, si tira dritto per l’eternità. Pare si crepi solo per le emergenze che i media decidono di volta in volta di strombazzare. Un anno si muore di rapinatori albanesi, un anno di surriscaldamento. Così restiamo zimbelli nelle mani dello share e del conteggio dei click. La verità è che di quella promessa di vita eterna delle vecchie religioni noi avevamo bisogno. Guardateci adesso, in fila ai super market, a litigare per l’ultimo pacco di pipe rigate o di acqua oligominerale. La verità è che in pochi di noi sopportano la pura, netta, cristallina e petulante idea della morte. La verità è che l’alternativa è tra promessa ultraterrena e amnesia di massa. Finché un direttore di giornale per vendere qualche copia in più non decide che ora ce lo dobbiamo ricordare, di essere mortali. Eccezionalmente mortali, solo per qualche giorno, poi si torna divini. Con le arie da post-umani che ci diamo dovremmo invece ritenere la nostra esistenza un dettaglio del cosmo, ragionevolmente trascurabile, quanto quella di una blatta o di un albicocco. Questo attaccamento alla vita è così volgare per gente capace di fare un bonifico online e di indignarsi sui social network per la fame nel mondo. Ecco che sentiamo “epidemia” e siamo già tappati in casa con due giri di chiave, e che il mondo con la sua fame si fotta là fuori. Facciamo i fighi in auto, sfrecciamo in città, passiamo col giallo, che tanto chi se ne fotte. Beviamo e fumiamo e pippiamo e scopiamo senza preservativo perché a me non importa. Tutto bellissimo, per carità. Ma non è vero. Siamo una manica di lombrichi che avvicini il dito e quelli si abbozzolano su loro stessi. È appena passato il mercoledì delle ceneri: quei vecchi ebrei, 3.800 anni fa, la sapevano più lunga di politici e scienziati e santoni e luminari di oggi: “polvere sei, e polvere tornerai”. Per quante mascherine e guantini t’infili. Finché non ci fermiamo e non ragioniamo su questo fatto, finché non pensiamo che nessun Burioni o medico trentaquattrenne cinese o ottuagenario lombardo potrà mai morire al posto nostro, finché non capiamo che cosa siamo, e cioè mortali, saremo in balia di ogni notizia, vera o falsa, che lanci la moda di una catastrofe monoporzione!