Il coronavirus ci ha solo smascherato: siamo una manica di vigliacchi! Sei millenni di storia e siamo ancora in balia di ogni notizia, vera o falsa, che lanci la moda di una catastrofe. Siamo bestie impaurite, e appena veniamo minacciati corriamo al supermercato per fare scorta di tonno in scatola. Con questa storia del coronavirus ci abbiamo fatto una figuraccia con la morte. Così evoluti, illuminati, emancipati, sgamati, smaterializzati. E poi, appena il nostro organismo da grossi mammiferi viene vagamente minacciato, corriamo al supermercato per fare scorta di scatolette di tonno. Sei millenni di storia e siamo ancora delle scimmie impaurite. Paura, paura e basta, ecco che cosa ci fa alzare la mattina: guadagnare per non morire di fame, tenersi stretto qualcuno per non morire di solitudine, e se mi ammalo servono soldi e affetti. Ecco che cosa siamo, bestie impaurite. E poi ci facciamo le stories, guardiamo i talk show, ascoltiamo una canzoncina in giro di do dietro l’altra, ci sbronziamo e andiamo a puttane soltanto per scordarci di quella paura. Asserragliati nei nostri presenti usa e getta, ripiegati su noi stessi come porcospini nella notte, non ci rimane altro da difendere, senza fedi né ideali, che le nostre piccole sopravvivenze. Niente guerre, niente martiri, niente rivoluzioni, pretendiamo di annoiarci per sempre, di passare le ere geologiche nelle nostre stanzette antisismiche a farci le seghe con PornHub. Sembra che la certezza più antica del mondo diventi di colpo una notizia: moriremo tutti. Non ce lo aspettavamo. La gente adesso muore, pensa te, dove andremo a finire? Ma grazie allo smart working camperemo per sempre. Un delirio di massa. Struzzi con la testa sotto la sabbia da decenni che a un tratto avvistano una talpa carnivora. Solo i vecchi muoiono! Io sono giovane, non morirò. Affari loro. Loro ci sono nati, moribondi. Io invece avrò 31 anni per sempre. Un branco di decerebrati. Soprattutto a Milano, dove si dice di lavorare per la bellezza e per il progresso, dove chissenfrega dei nostri anacronistici corpi, le idee viaggeranno per sempre nel cloud a disposizione dell’umanità. E poi misuriamo un metro e mezzo dai vicini di tram e guardiamo chi starnutisce come fosse un bioterrorista. Ci consideriamo delle specie di elfi: se non ci succede niente dureremo quanto il sole. Sembra che un paio di quarantene e di tutorial su come lavarsi le mani rimuovano per sempre il problema della morte. Via il coronavirus, si tira dritto per l’eternità. Pare si crepi solo per le emergenze che i media decidono di volta in volta di strombazzare. Un anno si muore di rapinatori albanesi, un anno di surriscaldamento. Così restiamo zimbelli nelle mani dello share e del conteggio dei click. La verità è che di quella promessa di vita eterna delle vecchie religioni noi avevamo bisogno. Guardateci adesso, in fila ai super market, a litigare per l’ultimo pacco di pipe rigate o di acqua oligominerale. La verità è che in pochi di noi sopportano la pura, netta, cristallina e petulante idea della morte. La verità è che l’alternativa è tra promessa ultraterrena e amnesia di massa. Finché un direttore di giornale per vendere qualche copia in più non decide che ora ce lo dobbiamo ricordare, di essere mortali. Eccezionalmente mortali, solo per qualche giorno, poi si torna divini. Con le arie da post-umani che ci diamo dovremmo invece ritenere la nostra esistenza un dettaglio del cosmo, ragionevolmente trascurabile, quanto quella di una blatta o di un albicocco. Questo attaccamento alla vita è così volgare per gente capace di fare un bonifico online e di indignarsi sui social network per la fame nel mondo. Ecco che sentiamo “epidemia” e siamo già tappati in casa con due giri di chiave, e che il mondo con la sua fame si fotta là fuori. Facciamo i fighi in auto, sfrecciamo in città, passiamo col giallo, che tanto chi se ne fotte. Beviamo e fumiamo e pippiamo e scopiamo senza preservativo perché a me non importa. Tutto bellissimo, per carità. Ma non è vero. Siamo una manica di lombrichi che avvicini il dito e quelli si abbozzolano su loro stessi. È appena passato il mercoledì delle ceneri: quei vecchi ebrei, 3.800 anni fa, la sapevano più lunga di politici e scienziati e santoni e luminari di oggi: “polvere sei, e polvere tornerai”. Per quante mascherine e guantini t’infili. Finché non ci fermiamo e non ragioniamo su questo fatto, finché non pensiamo che nessun Burioni o medico trentaquattrenne cinese o ottuagenario lombardo potrà mai morire al posto nostro, finché non capiamo che cosa siamo, e cioè mortali, saremo in balia di ogni notizia, vera o falsa, che lanci la moda di una catastrofe monoporzione!

Autor: Sabryna from Switzerland

Sono io. Che volete?